Elena Nonnis. Passaggi | Galleria Gallerati Roma – 1 febbraio 2019

Elena Nonnis
Passaggi
a cura di Emma Ercoli

Inaugurazione 1 febbraio 2019 ore 19.00
Galleria Gallerati | Via Apuania 55 | Roma
Dal 1 al 28 febbraio 2019

 

Dal 1 al 28 febbraio 2019 la Galleria Gallerati presenta, per il ciclo di mostre Permesso?, il progetto Passaggi di Elena Nonnis a cura di Emma Ercoli

PASSAGGI

Nel mio lavoro il tema dell’abitare è emerso spontaneamente in opere come “Nido”, “Condominio”, “L’Erba cattiva”, ma la partecipazione al ciclo “Permesso?” richiede una riflessione sul perché. Abitare è una parola grande.

Dopo una serie di scollamenti, distacchi, spaesamenti che necessariamente capitano nella vita, cominci a cercare casa, a “voler tornare”, ma dove? Tornare e trovare il posto già occupato, allora ne cerchi un altro e un altro ancora, un’altra casa, un altro posto, continui a chiedere “Permesso?” ma senti che non ci sono fondamenta. In questa ricerca di me inizio a prendere appunti sin da bambina: disegno ossessivamente, instancabilmente, traccio segni appena posso, ovunque. Disegno sullo specchio dopo averci alitato, disegno per strada con un sasso, disegno dietro le pagine bianche di calendari vecchi. Tutta la vita a cercare di non perdere il segno. Perché mi devo ritrovare, devo tornare a casa. Disegno solo figure, persone. Poi la vita che accade. Poi l’incisione, finalmente. Uso solo il segno, il colore mi distrae, non lo capisco, non mi interessa. Penso in bianco e nero. Anche nelle incisioni sono solo figure, è la persona che mi interessa, l’anima. Trovare un posto nello spazio. Lo spazio diventa quello dell’arte, il foglio, la lastra, la tela, lo spazio che accoglie il segno, il segno di me. Di me che non ho un posto, e che ne devo occupare uno, mettendoci il segno. A trentatré anni passo al filo, riempio di filo, cucendolo, uno spazio nero. Meraviglia. Casa. Comincio a usare il filo nero senza sapere perché. Non ho mai “imparato” a cucire, l’ho fatto e basta, appartiene al mio linguaggio, è nei miei cromosomi, disegno in sardo. Non è un ricamo, è una traduzione del segno, del segno che esce dai nervi, dalle paure, dallo smarrimento. Voglio tornare a casa, devo lasciare un segno, come Pollicino nella favola.

Faccio un “Nido di nodi”, che mi accoglie e mi stringe, mi costringe a uscire, a superarlo. Ecco allora l’idea di “Condominio”, sto più comoda, siamo in tanti, nascosti dietro le pareti, guardiamo attraverso finestre troppo piccole e non ci facciamo vedere mai. Ormai la ricerca è continua. Ricevo in dono lunghi rotoli di lino tessuto da mani sconosciute e intreccio segni e storie, per scrivere la mia. Prendo spazio. Mi immergo in quel bianco che mi accoglie, perché l’unico spazio/posto che mi contiene è il vuoto. Il vuoto che temevo. Ecco, io sto lì. Forse la casa è quella. Il vuoto. Vengo a sapere del progetto “Permesso?” alla Galleria Gallerati. Voglio partecipare anch’io. Il tema è perfetto. Andiamo ad abitare. Poi di nuovo l’estraniamento. Non è casa. Solo una galleria, niente di mio, niente di me. Luogo di passaggio, di tutti. Allora provo ad abitarlo con il mio vuoto, e lo riempio di segni, e dai segni emergono figure, persone, amici della galleria. Restituisco al luogo la mia piccola, eterna inquietudine. Vernissage, il nostro non abitare. Eterna ricerca, interminabile viaggio di Ulisse verso Itaca. Ma siamo in tanti. (Elena Nonnis)

Per ritrovarsi Elena Nonnis ha bisogno di un luogo, cioè di quello spazio che si trasforma in luogo in virtù dell’accoglienza e del riconoscimento. Inizia così un percorso accompagnato da quell’ inquietudine che sempre si lega al senso di separazione e di esclusione e anche alla consapevolezza che proprio quell’alveo rassicurante e protettivo di cui si è alla ricerca può trasformarsi in qualcosa che ci trattiene e ci limita.

L’artista comincia a sfoltire, a fare spazio, fino a trovare un vuoto in grado di contenere anche questo suo oscillare tra l’urgenza di un riparo sicuro, di una “fissa dimora”, e il desiderio di fare esperienza di apertura, di incontro con l’impermanenza e l’atopos. Uno svuotamento che coincide con una disponibilità ad avventurarsi in uno spazio sconosciuto, a oltrepassare quella soglia che sembra garantire solidità all’Io, aprendosi a quel fuori che lo ammorbidisce e lo fa sentire più fragile, quel fuori dove la vita interiore e il mondo esterno si incontrano permeandosi a vicenda.  

Il suo lavoro comincia con un esercizio di percezione, un appunto visivo che fissa attimi di vissuto quotidiano, soprattutto ritratti di persone e dinamiche di interazione che poi l’artista letteralmente “ricuce” in microstorie su un supporto di tela, lavorando con ago e filo.

Elena Nonnis introduce nelle sue opere pratiche considerate minori e utilizza materiali provenienti dalla sfera domestica, come rotoli di tessuto per fasce da neonato e antichi lini da corredo nuziale. In quest’ultimo lavoro realizzato per la Galleria Gallerati usa come supporto per i suoi ritratti la tarlatana, che appartiene alla lunga esperienza maturata nell’ambito dell’incisione. Mette insieme varie tecniche infrangendo gerarchie e stereotipi, sviluppando riflessioni che corrono lungo il filo di questioni identitarie ad ampio raggio, di osservazioni su dinamiche di riconciliazione con i luoghi d’appartenenza, con i territori dell’arte, di ricerca del sé attraverso l’altro, del rapporto interiorità-esteriorità, dell’abitare inteso come disponibilità a realizzare forme inedite di interazione.

Lo slittare da un medium all’altro rende ancor più efficace la messa in tensione di temi cari all’artista in cui confluiscono, mescolandosi, presente e passato, nostalgia per la casa perduta  ma anche rapporti conflittuali con antiche tradizioni e ricerca di altre dimensioni dell’abitare, in cui i transiti tra interno e esterno fanno saltare ogni linea di demarcazione. L’artista ci sorprende sempre, indicando coordinate conoscitive inaspettate. Anche il suo cucito si legge dal rovescio. Per catturare i segreti più reconditi che l’immagine non ci permette di penetrare opera un ribaltamento: capovolge la disposizione verso/recto e mette in mostra il lato che normalmente viene considerato più “intrecciato”, meno “pulito”, ma che risulta anche essere il più tattile. Sovrapposizioni di fili e nodi di sutura danno spessore ai ritratti abbozzati in punta di matita. Ai vari interrogativi sull’occhio come strumento di conoscenza insufficiente, alle riflessioni sull’illusorietà dell’immagine e la possibilità di fissare la realtà l’artista risponde facendo subentrare una complementarità tra vista e tatto, il controllo della vista attraverso un connotato tattile, la mano che “vede” e l’occhio che “tasta”. 1

In quest’opera utilizza teli di tarlatana che scendono dal soffitto al pavimento, su cui interviene con disegno e lavoro di cucito, per realizzare ritratti di persone che frequentano abitualmente la galleria. La tarlatana è un materiale che proviene dalla tecnica dell’immagine stampata e destinata, per la funzione che ha in quell’ambito, a diventare subito materiale di scarto. In questo caso diviene un supporto che per la sua texture sottile e la sua trasparenza sembra assorbire le immagini, trasfigurarle, renderle fantasmi evanescenti che l’artista cerca di catturare. 

Ai personaggi che ritrae, colleghi, compagni di strada, ma anche sconosciuti, Elena accorda esistenza su un supporto effimero, attraverso una costellazione di segni, di tracce che acquistano rilievo attraverso il filo. In alcuni casi, la silhouette lasciata incompiuta evoca una possibile lacerazione della trama, il dissolversi del corpo nella rete fragile dei pannelli. Tutto è accompagnato da un tocco di lieve ironia, tipico dell’autrice, sullo sfondo di un complesso modo di sentire il territorio dell’arte: modello patriarcale di competizione messo continuamente in discussione e che genera senso di estraneità, ma anche passaggio di vari generi di nomadismo o miraggio di casa comune, di luogo dove poter abitare riconoscendosi, senza dover rinunciare a niente di se stessi.

Il ritratto -si chiede Jean-Luc Nancy- non è anzitutto, e alla fine, un incontro?…Tutto ruota intorno alla figura, ma “persona” etimologicamente designa la maschera teatrale… 2

Lo spazio della galleria sembra improvvisamente animarsi della presenza inafferrabile dell’alterità. L’artista sa che forse l’unico modo per fare esperienza di intimità, di entrare in risonanza con un autentico modo di risiedere è quello di rimettere in continuazione all’opera il suo attraversare, di individuare nel corso dei suoi passaggi mappe impercettibili, di scrutare le risorse nascoste della ricerca nel suo svolgersi, srotolando senza sosta la matassa, rendendo la sua quest interminabile.

Emma Ercoli

 

  1. Cfr. Victor I. Stoichita. Effetto Sherlock. Il Saggiatore. Milano 2017, p.169
  2. Cfr. Jean-Luc Nancy. Il ritratto e il suo sguardo. Raffaello Cortina Editore. Milano 2002, pp. 63,69.

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