Lucrezia Testa Iannilli – Venti quintali di lana nel cortile del museo | Un lavoro di “denuncia” contro il gaslighting| Dal 5 al 10 novembre MACRO Roma

VENTI QUINTALI DI LANA SCARICATI NEL CUORE DEL MUSEO MACRO DI ROMA
“Ottanta esemplari di razza sarda italiana”, è il nome dell’installazione dell’artista 

Lucrezia Testa Iannilli. Al museo Macro di Roma, dal 5 al 10 novembre. Venti quintali di lana nel cortile del museo. Un lavoro di “denuncia” contro il gaslighting.

“Ottanta esemplari di razza sarda italiana”. Il nome dell’opera. Venti quintali di lana nel cuore del Museo Macro di Roma. Un’installazione realizzata da Lucrezia Testa Iannilli (www.lucreziatestaiannilli.com). Lana sucida, proveniente da un allevamento di Tuscania in provincia di Viterbo e trasportata dall’autrice nel cortile del Macro con un camion. Lana frutto e conseguenza della tosatura di 1200 pecore di razza sarda italiana avvenuta la scorsa estate, sempre nelle campagne di Tuscania.

Metri, e metri cubi di lana che rimarranno esposti dal 5 all’10 novembre all’ingresso di via Reggio Emilia. Con interventi performativi dell’artista durante tutto il tempo. Tutti i giorni dalle ore 17 alle 20. Martedì 5 novembre alle ore 18, l’opening. 

Con un intervento introduttivo del giornalista Daniele Camilli.

Un lavoro frutto e conseguenza di “esasperazioni” successive che fanno di quest’opera un tutt’unico con tutto ciò che la compone e rappresenta. Dall’allevamento da cui parte fino al Macro, attraverso l’impresa di trasporto e il personale addetto ai controlli. Quelli d’ufficio, dalla ASL alle strutture stesse del Macro fino allo staff di supporto e agli sponsor che l’hanno resa possibile, vale a dire

ègreen, fbtextiles, Veronica Orofino, Marisa Trampuz, Carlo Giancaspro, Luigina Lovaglio, Alessandro Vignato e con il patrocinio del Comune di Tuscania.

Esasperazioni successive. L’idea iniziale era quella di far passare 80 pecore da un capo all’altro del Macro. Idea negata, divenuta però dialettica mediante la negazione stessa e il successivo approdo all’altra, quella di trasformare il tutto portando invece 20 quintali di lana, come se le pecore stesse si fossero mutate in relitto rappresentato dal loro stesso manto esposto al Macro. Tuttavia incelofanato, perché così “burocrazia” vuole. E sul quale l’autrice stessa interverrà, esplicitando il tutto, e anche altro, durante i giorni dell’esposizione.

Un’installazione, dunque, quella che verrà esposta al Macro dal 5 al 10 novembre, che racconta un percorso d’impossibilità. Impossibilità dell’opera e della sua esasperazione. Impossibilità stessa dell’arte, in un tempo, il nostro, fatto di costrizioni. Dove anche lo Stato mostra il suo doppio. Afferma, conferma e consacra l’arte, ma al tempo stesso crea e determina dispositivi normativi che la negano e la costringono, fino al punto di renderla impossibile. Ponendo al tempo stesso una necessità impellente di liberazione.

Esasperazioni che rappresentano e contengono, facendosene portavoce, quelle che oggi determinano territori – la matassa di lana che si fa appunto massa – e individui. 

Un lavoro d’azione, e, nel medesimo istante, d’evoluzione. Quella dell’artista che nell’azione trova la sua evoluzione e quella dell’opera che propone. Dalla pecora alla pelle, alla plastica che alla fine l’avvolge. Con tanto di “zitto e mosca” e sigillo dello stato e della sua burocrazia, le sue norme, i suoi divieti e interstizi dove non s’annida la libertà ma il personale che ormai prescinde in toto dal politico. La pax augustea che diventa pax artistica. Il deserto. 

Il cumulo di lana, i venti quintali esposti al Macro, sono quindi un “accumulo”, una m(at)assa. Massa non più metafisica, in direzione verso o dell’altrove. 

Il passaggio, dunque, c’è stato. Lascia traccia nella presenza delle pelli. La lana delle pecore, che sarebbero dovute passare e che, alla fine, sono passate. Attraverso.

Un segno che resta nello spazio. Un’identità diventata entità che in un luogo istituzionale, come il museo, è anche testimonianza decontestualizzata di una cultura subalterna. La lana come relitto di un naufragio che tuttavia non ha preso la via degli scogli. Una massa grezza degli accumuli dei nostri sì. La lana è sucida. Non sudicia. La montagna di lana è materializzata, non rappresentata. Pronta a fagocitare. Il gaslighting, una particolare forma di violenza psicologica che paralizza, che fa dubitare della propria memoria e percezione disorientandoci. E che l’artista affronterà in ognuno dei sei interventi performativi sull’opera.

Lucrezia Testa Iannilli ha avviato il suo lavoro di ricerca creativa in Canada nel 1995 lavorando con cavalli, shows, art direction e fotografia fra Brasile ed Europa, fino ad approdare dal 2012 in Italia passando dal parco archeologico di Selinunte a quello di Vulci per cercare di materializzare la costante visione dei varchi dimensionali e i personaggi che in essi si manifestano. Un corpus di lavoro a lungo termine dove l’immateriale chiede che la sua “immagine” si faccia performance.

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